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Beauty dish – La profondità di campo

Beauty Dish! La rubrica per chi vuole imparare come si fotografa il cibo. Ecco la puntata che la nostra Agnese dedica alla profondità di campo.
Di Agnese Gambini

Stavolta vorrei parlavi della profondità di campo, un argomento che mi sta molto a cuore e che è consequenziale alla luminosità degli obiettivi di cui vi scrivevo la volta scorsa. E’ la prima cosa a cui penso quando scatto e, per quello che mi riguarda, saper da subito quanta profondità di campo voglio avere in una foto è fondamentale per ottenere l’effetto che desidero. Nella fotografia di food in particolare trovo che sia veramente indispensabile saperla gestire al meglio. In parole poverissime in una foto la profondità di campo è la zona in cui tutto è nitido e a fuoco. Si avrà quindi poca profondità di campo quando solo una piccola porzione dell’immagine è a fuoco, al contrario quando tutti gli elementi all’interno di una immagine sono perfettamente nitidi si avrà molta profondità di campo. Guardate ad esempio queste due foto.

In quella della pasta il piatto è a fuoco mentre gli ingredienti dietro e lo sfondo no. Ho scelto di avere poca profondità di campo per dare importanza al piatto e meno rilevanza agli ingeridenti che rimangono comunque percepibili e riempono il resto dell’inquadratura senza togliere attenzione al soggetto principale. In quella del risotto invece tutti gli elementi sono a fuoco, perchè ho voluto dare importanza anche al flute di champagne oltre che al piatto. Inoltre, trattandosi di un bicchiere trasparente su fondo bianco, se lo avessi sfocato avrei rischiato di perderlo e non renderlo neanche riconoscibile. Queste due immagini sono state realizzate creando dei piccoli set, avendo la possibilità di scegliere e controllare ogni elemento. Quando invece capita di dover fotografare in giro (come nel caso del food di fotografare piatti durante eventi o cene) non si può sapere in anticipo precisamente che situazione mi troverò davanti, e sopratutto non posso intervenire per modificarla. In questi casi optare per una poca profondità di campo può essere di grandissimo aiuto per “eliminare” dall’inquadratura gli elementi non desiderati. Semplicemente lasciando quegli elementi sfuocati posso trasformarli in macchie colorate e forme irriconoscibili che diventeranno solo un fondo astratto per il mio soggetto. Un esempio è la foto del cocktail che vedete qui sotto.

Mi trovavo ad un evento, in una sala piccola, completamente imbandita e molto affollata. Per isolare il cocktail e non far vedere niente di tutta la confusione circostante, ho tenuto a fuoco solo il bicchere tralasciando completamente il resto. Altra situazione nella quale la poca profondità di campo può venire in aiuto sono le “ripetizioni”. Prendiamo come esempio la foto dei macarons in esposizione. Se vogliamo contemporanemante far percepire bene il singolo elemento e la sua consistenza, ma anche dare l’idea della quantità e del fatto che è solo “uno fra tanti”, ne mettiamo a fuoco solo alcuni tenedo gli altri un po’ fuori fuoco ma non troppo. Se esageriamo nello sfocare gli altri elementi perdiamo la percezione della quantità e della ripetizione, se invece mettiamo tutto a fuoco scegliendo di avere molta profondità di campo avremo un bell’effetto geometrico ma lo sguardo di chi osserva l’immagine si disperderebbe senza concentrasi sul singolo pezzo. Come avrete capito dalle mie foto io adoro avere poca profondità di campo nelle immagini di food, a volte cerco proprio di averne il meno possibile, sopratutto se inquadro dei dettagli o faccio delle macro. Per altri tipi di foto però averne poca può non essere indicato. Mi riferisco alle foto di paesaggio, a quelle di architettura o ad alcuni tipi di reportage nei quali è importante far capire bene tutto quello che avviene in quel momento. Se inquadriamo un panorama come quello della foto sotto, è bene avere nitido si quello che ci sta più vicino (il prato fiorito) che quello che ci sta più lontano (le montagne). Nella foto successiva della hall di un hotel, era appropriato far vedere bene sia gli arredi, che l’architettura che il paesaggio fuori dalla finestra.

Ora però vi chiederete come si fa a gestire tutto questo. Vi basta sapere che la profondità di campo è condizionata da 3 fattori:

• l’apertura del diaframma dell’obiettivo (di cui vi ho parlato nello scorso post)

• la distanza tra la fotocamera e il soggetto

• la focale (di cui vi ho parlato due post fa)

Il primo è il modo più facile per controllare la profondità di campo. Più il diaframma è aperto minore è la profondità di campo che avremo. Quindi se come me apprezzate avere a fuoco solo una porzione limitata di spazio, affidatevi ad obiettivi molto luminosi come il 50 o il 35 che arrivano ad avere diaframmi di 1.8, 1.4 o 1.2. Al contrario più il diaframma è chiuso maggiore sarà la profondità di campo perciò per avere tutto il più a fuoco possibile partite da un diaframma minimo di 8 e salite fino a 16, a 22 o oltre se la vostra fotocamera lo permette. Ovviamente aprendo e chiudendo il diaframma si modifica anche la quantità di luce che entra dall’obiettivo quindi dovrete poi regolarvi di conseguenza con i tempi e l’esposizione per non avere una foto troppo chiara o troppo scura. In ogni caso nel prossimo post ho intenzione di spiegarvi come gestire diaframma, tempo di posa ed iso per avere la giusta esposizione perciò non vi spaventate adesso :) Piuttosto guardate le seguenti foto che ho fatto al volo per farvi capire come l’apertura del diaframma influenza la profondità di campo. Ho preso 4 dei barattoloni in cui tengo la pasta e li ho posizionati a distanze diverse, oguno sempre più lontano dalla fotocamera.

Notate come nella prima foto a sinistra, con un’apertura molto ampia di 1.4, avremo a fuoco solo il primo barattolo. Poi chiudendo un po’ il diaframma inizieremo a vedere bene anche il contenuto del secondo barattolo (foto in alto a destra). Chiudendo ancora vedremo bene anche il terzo barattolo tanto da capire che contiene dei fusilli (foto in basso a sinistra). Infine arrivando ad un diaframma chiusissimo di 16 avremo tutti i barattoli perfettamente a fuoco riuscendo a capire quali sono i vari tipi di pasta (foto in basso a destra)

Il secondo fattore, la distanza dell’oggetto, non è sempre modificabile perchè dipende da quanto spazio abbiamo a disposizione per fotografare. Minore è la distanza, minore è la profondità di campo e viceversa. Le due foto qui sotto sono state fatte mantendo invariati i valori e le impostazione della macchina, ma spostando solo il barattolo con le orecchiette. Quando è vicino a noi e lo mettiamo a fuoco, i barattoli dietro risultano sfocati. Se lo allontaniamo sempre tenendo il fuoco su di lui i barattoli retrostanti saranno molto più nitidi.

Riguardo all’influenza della focale basta sapere che più la focale è corta, più la profondità di campo aumenta. Quindi se usiamo un grandangolo avremo tutto a fuoco (come nella foto del panorama coi papaveri) mentre se usiamo un teleobiettivo possiamo isolare il soggetto e sfuocare il resto.

Come sempre, avere un riscontro pratico rende tutto più semplice e chiaro quindi provate ad esercitarvi, con più soggetti messi a varie distanze e modificando diaframma e focale. Se avete dubbi o domande scrivete pure nei commenti quel che volete e sarò felice di rispondere. Alla prossima!

Agnese Gambini
Agnese è una marchigiana ventisettenne adottata romana da parecchi anni. Ha un passato recente di studi e lavori in scenografia ed arredamento. Il presente invece è fatto di lavori e continui studi in fotografia, e passione per il cibo. Specializzata nella food photography realizza servizi fotografici per ristoranti e produttori vari legati al mondo del cibo. Collabora con siti web e magazine a tema food, scrivendo articoli e ricette ovviamente accompagnate da fotografie.

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