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E birra sia: Château d’Ychouffe

La birra incontra il Sauternes in un calice di La Chouffe. E birra sia, anche durante le vacanze.
Di Rossella Di Bidino

Non è scetticismo il nostro italiano verso i vini stranieri.
Non è scetticismo il nostro italiano verso le birre.
Ma è giunto il tempo di lasciarci sedurre.

L’incipit è un po’ azzardato, quasi da spaccone di periferia, ma dopo i bagordi delle Feste è concesso. Ancora di più se tale entusiasmo nasce da una bottiglia stappata che ha conquistato.
Di birre che giocassero col vino ne avevo già sentito parlare. Qualcuna l’avevo pure già assaggiata, ma…non è che finora mi avessero convinto. Ci sono volute le Fiandre per farmi scoprire una gamma di birre che va ben oltre l’idea comune di birre belghe.

Il Belgio spesso è birra d’abbazia. Questa Chouffe non lo è, per storia e per risultato.

La storia racconta che tutto nacque da un viaggio al Château Du Cros a Bordeaux. Da un piacevole e suppongo non rapido scambio di parole con i vignaioli locali è nato un progetto per festeggiare i 30 anni di La Chouffe. Così il Loupiac è giunto a La Chouffe. 60% di birra La Chouffe è stata unita, prima dell’aggiunta del lievito, ad un 40% di Sauternes del Château Du Cros. La fermentazione è stata controllata e fermata quando la densità dello zucchero ha raggiunto i 5 gradi plato.  Questa ed altre accortezze hanno portato ad avere, al momento, 12.000 bottiglie da 75cl di Château d’Ychouffe.

9% per un aperitivo o un dessert…oppure per una semplice cena della Vigilia di Natale in coppia. E’ stata dura aprire la Château d’Ychouffe dato che prometteva l’etichetta una durata fino al 2018. Per chi vuole osare come me ne viene suggerito, da fonte autorevoli, anche l’abbinamento con foie gras o dolci morbidi del Natale.

La prima reazione è stupore.
Poca schiuma, colore maestoso…quasi da miele dove intingersi il dito.
Ammirato il calice alla luce, convinti ancor di più dalla sua trasparenza, scorgertati dal naso qualcuno potrebbe dire al primo assaggio “quasi uno champagne“.

C’è chi interpreta questo carattere ibrido come un’assenza di carattere da birra. Personalmente trovo azzardato assimilarla ad un sidro, però concedo che ricorda un cidre doux. Amarezza contenuta con IBU pari a 6.
Perfetta seppure apparentemente banale è la descrizione “un po’ dolce, un po’ amaro, un po’ d’uva”. E non direi che sia una “cosa” da femminucce.
Per me è l’equilibrio che si avvicina alla quadratura del cerchio e al superamento del concetto abusato di birra belga. Perché il Belgio non è una sola birra.

Inoltre, nulla a che vedere con un cocktail come il Black Velvet Cocktail. Lì si unisce stout e champagne, qui si fermenta Chouffe e Sauternes. Risultati nettamente diversi. Non che La Chouffe possa essere assimilata ad una stout o uno Champagne ad un Sauternes. Quel che il Château d’Ychouffe 2013 vuol dire è che lui non è un cocktail, ma una birra.

E’ questa piacevole senzazione di birra e di vino che mi ha portato ad esagerare nell’incipit.
Sembra quasi che noi italiani quasi esaltati dal vino, ne vogliamo difendere il solo carattere contadino quando lo uniamo in matrimonio con la birra. Mentre in Belgio adottano, a mia dimostrabile ignoranza, un approccio più dolce. La Château d’Ychouffe 2013 è una birra ricercata, equilibrata, aggraziata e graziosa. Ha il tutto di un’opera di Michelangelo: con carattere ed equibilibrio.

Non la si confonde neppure con Deus, un altro esperimento ma della Bosteels Brewery. Lì niente aggiunte di succo d’uva per avvicinare la birra al vino, ma lavoro paziente sulle tecniche da champagne. Ma questa sarà un’altra storia.

Per ora, grazie Château d’Ychouffe per come ti sei abbinata al pranzo sereno della Vigilia di Natale.

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Rossella Di Bidino
Rossella Di Bidino non si sa esattamente cosa faccia durante le ore in ufficio. Sforna tabelle, interpreta numeri. Appena esce dall'ufficio sguazza nel mondo delle birre e non solo. Di sicuro non riesce a star ferma un attimo. Spesso viaggia. La sua vera missione è trovare quel sapore che sappia dare alla giornata un perché e la renda un ricordo, spesso comune con l'intrepida Cavia del suo blog "Ma che ti sei mangiato".

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