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Polibibite futuriste: la rivoluzione alcolica di inizio ‘900

Drink originali, provocatori, a volte decisamente imbevibili: il futurismo non cambiò solo l’arte ma anche il nostro modo di mangiare e, soprattutto, di bere. Una vera rivoluzione.
Di Alessandra Storti

L’uomo pensa, sogna e agisce in base a ciò che mangia e beve”. Sembrerebbe un pensiero dei nostri giorni, proprio di un’epoca che, forse come nessun’altra prima, ha dedicato al cibo un’attenzione quasi ossessiva. E invece no, appartiene al filosofo tedesco Feuerbach e fu fatta propria da Marinetti e dagli altri intellettuali e artisti futuristi.

In pochi sanno, infatti, che oltre ad aver rivoluzionato l’arte e la letteratura, il futurismo portò le sue idee provocatorie e dirompenti anche tra i fornelli, aprendo ristoranti dalle ambientazioni bizzarre, teatro di originali esperimenti culinari, dando vita a nuove ricette e rompendo gli schemi della miscelazione tradizionale.
Ma soprattutto fu di Marinetti e degli altri futuristi una nuova visione del cibo estremamente moderna, che concepiva il pasto non più come semplice e “volgare” appagamento dello stomaco ma come qualcosa di più nobile e sublime.

Una storia davvero affascinante ma sconosciuta ai più che Fulvio Piccinino, barman tra i massimi studiosi della cucina futurista, ci ha raccontato al Super Bar, il bar show italiano che si è svolto a Milano dal 30 settembre al 3 ottobre, durante il suo seminario sulla miscelazione di inizio ‘900.
L’obiettivo dei futuristi, era quello di restituire all’uomo la ricchezza delle sensazioni e il godimento del piatto in tutta la sua completezza.
Ecco allora le cene senza posate per consentire al commensale la sensazione anche tattile del cibo, quelle al buio per favorire l’esaltazione degli altri sensi oltre la vista, la musica (o meglio il rumore, data la concezione futurista della musica) che affiancava il pasto, l’immancabile effetto sorpresa che doveva accompagnare ogni creazione. Le cene alla “Taverna del Santopalato“, il ristorante aperto da Marinetti a Torino nel 1931 con il cuoco luminare Angelo Giachino ai fornelli, che fu il il principale teatro di applicazione delle originali teorie culinarie del movimento (confluite poi anche in un libro “La cucina futurista” di Marinetti e Fillia del 1932) somigliavano quasi sempre ad originali performance più che a dei veri e propri momenti conviviali. I futuristi erano sempre prima artisti e poi cuochi.

Artisti e cuochi futuristi alla Taverna del Santopalato

Il Santopalato non sarà l’unico locale aperto dal movimento, prima di questo videro la luce a Roma il “Teatro sperimentale degli Indipendenti” in via Avignonesi, dove l’architetto futurista Virgilio Marchi ristrutturò il bar con pannelli dipinti da Ivo Pannaggi.
Nel 1921 aprì il “Bal tic tac” decorato da Giacomo Balla e poco dopo il “Cabaret del Diavolo” situato nelle cantine dell’Hotel Elite di via Basilicata. Qui Fortunato Depero disegnò grandi immagini murali ed arredi per tre grosse sale, denominate Paradiso, Purgatorio ed Inferno. Diavoli, anime redente ed angeli, creavano un ambiente di grande suggestione scenografica, il cui motto, posto all’ingresso del locale era “Gaudeo ergo sum“. Le consumazioni proposte erano in linea con il locale: “Melma bruna“, “Fuoco liquido” ed “Infuso sintetico digrignatorio” venivano consumati ai tavoli dove si sedevano gli Indiavolati tra cui anche il poeta romano Trilussa.

Nella miscelazione fu la volta delle polibibite (per carità non chiamateli cocktail, i loro ideatori si rivolterebbero nella tomba, polibibite è infatti la variante italiana della parola cocktail, adoperata dai futuristi in nome di un sentimento nazionalistico allora molto diffuso), miscele create per trasmettere a chi le beveva una molteplicità di sensazioni, simili, per certi versi, alle visioni simultanee che caratterizzavano i quadri di Boccioni.

Boccioni - Visioni Simultanee

Nacque così la Rosabianca, la prima delle polibibite che Fulvio ci prepara (a base di arancio, infusione di rose bianche, Campari e anice) creata da Giachino per l’inaugurazione del ristorante il Santopalato e che veniva servita accompagnata da spruzzi di profumo di rose direzionati sulla nuca dell’avventore.
L’uso del profumo è una delle novità dei drink futuristi e poteva essere, a seconda delle intenzioni, in armonia con il gusto e gli ingredienti adoperati (comprofumo) o in contrapposizione (disprofumo). Stesso discorso valeva per l’uso della luce. Ad essere prediletta era la luce verde, si riteneva infatti che avesse effetti rilassanti.
Allo stesso modo nacque la Giostra d’alcol, uno dei primi mangia e bevi della storia: cioccolato e formaggio che navigano immersi in una miscela di Barbera d’Ast, Campari e Cedrata (tra l’altro, i futuristi avevano già scoperto l’abbinamento tra il vino amaro e il cioccolato, oggi molto apprezzato).

Ma le polibibite futuriste furono innovative anche per molti altri aspetti. Molta importanza fu data all’aspetto estetico e scenografico e dunque all’uso delle decorazioni, composte da cibo (come nel caso della giostra d’alcol) o da erbe con funzione aromatizzante.
Altro aspetto inconsueto per l’epoca furono gli accostamenti di sapore che contraddicevano il gusto dolce-amaro dominante per prediligere l’abbinamento dolce-salato oppure dolce-piccante. Pensate un po’, ad esempio, all’esplosione di sapori contrastanti che caratterizza l’Avanvera, composto da Strega, Vermouth Rosso e Brandy, con fette di banana al suo interno e con una decorazione, è proprio il caso di dirlo, volutamente “a vanvera” con pomodori, acciughe, formaggio, mandorle, banane e caffè.
Interessante fu poi l’uso delle infusioni alcoliche a base di fiori e frutta esotica autoprodotte, come la rosa damascena e l’ananas, l’impiego dei succhi congelati per creare bibite dagli effetti cangianti, l’uso del vino considerato una bibita da mensa come base per i cocktail.

Giostra d'alcol

I drink futuristi furono anche il primo esempio di esaltazione del Made in Italy. Complice, va detto, furono anche il sentimento nazionalistico allora ampiamente diffuso in Europa e l’embargo a cui fu sottoposta l’Italia in seguito all’aggressione coloniale dell’Etiopia.
Nacquero così anche le prime bibite autarchiche che utilizzavano come basi alcoliche grappa ed arzente e come aromatizzanti rabarbaro, genziane, assenzi, rosoli, ma soprattutto vini e vermuoth della tradizione italiana.

Come tacere poi delle nuove categorie di miscele: “permangiare” (antipasti ed aperitivo), “perlazarsi” (dessert e dopo cena), “Guerrainletto” dal forte apporto energetico, allo scopo, come sottolinea Marinetti, di fecondare e creare la nuova razza italiana. Suo contrapposto le polibibite “Paceinletto” vere bombe alcoliche con infusioni d’erbe, in grado di stimolare il sonno ristoratore e i “Prestoinletto“, adatti alle fredde notti invernali. Infine gli “Snebbianti“, un po’ gli antesignani del nostro chupito, forti corroboranti in grado di far prendere decisioni strategiche e fondamentali, liberando il campo, grazie alla dotazione alcolica, da morali, dubbi e tentennamenti e le “Inventine“, polibibite fresche, inebrianti in grado di stuzzicare la mente, per avere idee fulminanti.

Il sentimento nazionalistico emerse anche nella rivoluzione del linguaggio, che cambiò i nomi degli strumenti e dei protagonisti della miscelazione.
Lo shaker divenne “l’Agitatore”, il barman “il Miscelatore”, il cocktail “La Polibibita”, il bar “il Quisibeve”, il menù “il catalogo o lista vivande”, il maitre “Il Guidapalato”, il brandy “Arzente” e il whisky, “Spirito d’avena”.

Ma forse più di tutte rivoluzionaria fu l’idea di trasformare la necessità per l’uomo di alimentarsi in un piacere a tutto tondo, una vera e propria arte in cui aveva un ruolo fondamentale l’originalità creativa dello chef e del barman.
Ed è per questo che per le bibite futuriste non esistono delle ricette codificate con una dosatura precisa: l’idea era infatti che bisognasse dimenticarsi delle dosi e degli schemi prestabiliti per dare spazio alla propria creatività giocando con l’equilibrio dei sapori. Sia per il barman che per i clienti, divertirsi e socializzare doveva essere l’unica parola d’ordine, una lezione anche questa molto moderna.

Alessandra Storti
Anni 34, provenienza partenopea, segni distintivi: indossa sempre un accessorio di colore viola, il suo preferito. In più, da molti anni lavora con le parole e la scrittura.
Curiosa, sensibile, molto vanitosa, amante delle cose stravaganti e fuori dal comune, la sua passione sono i cambiamenti di costume e le nuove tendenze del lifestyle. Frutto di questa curiosità è il blog www.nuovetendenze.net. Tra i tanti argomenti di cui scrive, il cibo occupa un posto centrale, con un occhio sempre rivolto ai nuovi trend culinari. Di ingredienti e ricette, tuttavia, non ama solo scrivere: adora cucinare e, ancor di più, assaggiare piatti nuovi.

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