Socialize

FacebookTwitterRSS

Cerca nel sito

Quegli invitanti filetti di Persico africano … da evitare

Il consumo di pesce Persico solleva alcune questioni di sostenibilità. Daniele di ConsuMare Giusto ci spiega il perché.
Di Daniele Tibi

Il pesce Persico è autoctono dei bacini di acqua dolce dell’Italia settentrionale, ma è ormai diffuso in tutta d’Europa.

Si tratta di una bellissima specie (vedi la figura) che solleva, però, alcune questioni di sostenibilità, sia che venga allevato, sia che venga pescato: manca la corretta gestione dello stock e l’allevamento presenta alcuni punti critici nell’ambito dell’alimentazione perché, essendo il Persico un carnivoro, serve un discreto volume di farine di pesce per farlo crescere. Ma è comunque abbondante e si riproduce abbastanza velocemente, per questo motivo viene considerato una buona alternativa da consumare con moderazione.
L’altro Persico presente sul nostro mercato, quello Africano, è una specie diversa, ha carni meno pregiate e meno saporite della specie Europea, può arrivare anche a due metri di lunghezza. I filetti di Persico Africano arrivano sui mercati europei in media 12 giorni dopo essere stati pescati. Spesso gli stessi vengono venduti come freschi, anche quando sono stati congelati per evitarne il deperimento: il rischio è quello di ingerire dosi eccessive (e quindi dannose) di nitrati, solfiti e anidride solforosa, utilizzate per conservare il prodotto. Oltre che da evitare per salvaguardare la propria salute, il Persico Africano ha creato gravissimi danni all’ecosistema in cui è stato introdotto (principalmente nel Lago Vittoria), tanto da aver ispirato la scrittura di un libro dal titolo “Il Disastro di Darwin”, che spiega come l’idea di creare questo tipo di allevamenti sia stata sciagurata. Essendo una specie aliena in quei luoghi, infatti, l’ambiente è stato gravemente alterato, causando così il degrado dei bacini naturali e l’estinzione di molte specie presenti esclusivamente in quei bacini. Anche da un punto di vista sociale ci sono controindicazioni all’acquisto. Le popolazioni africane, infatti, vengono sfruttate e non godono dei benefici di questo commercio, in quanto spesso vengono pagate con armi e non con denaro.

Per tutti questi motivi è bene quindi lasciare quegli invitanti filetti di persico lì dove sono e cercare piuttosto altri prodotti. Esistono innumerevoli alternative al pesce Persico africano: la lampuga, il pagello fragolino o bastardo, il tombarello, il dentice, la trota, il coregone. Il persico europeo è buono cucinato con pochi sapori, perchè già gustoso di suo: un po’ di vino bianco, sale rosmarino o origano e se proprio volete esagerare qualche cappero. In 5 minuti otterrete un filetto squisito. Servitelo con un contorno di stagione e il pranzo è servito … e sostenibile.

Ti è piaciuto il nostro post?
Diccelo con un commento o con un semplice like

Daniele Tibi
Daniele è un biologo specializzato in campo marino, subacqueo. Da sempre prova grande piacere nel trasmettere conoscenza scientifica a chi vuole saperne di più. Partendo da queste premesse da oltre 10 anni è impegnato nella divulgazione scientifica e nella formazione. Dal 2007 ha iniziato a sentire una forte spinta nel motivare sempre più persone a ripensare ai propri consumi alimentari, soprattutto nel settore ittico, e ad agire in modo concreto verso la salvaguardia del più vasto e a parer suo più affascinante degli ecosistemi: il mare. Poco tempo dopo, insieme a ELOR DSC, ha preso forma il programma ConsuMare Giusto che pone ogni giorno sfide nuove e stimolanti.

Commenti

commenti

Torta alle carote con glassa al Philadelphia
La bilancia da cucina della serie PCE-BS
Ercoli 1928: un sogno di gastronomia!