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Ristorante Montallegro – Genova

Un nostalgico e vivo affresco di Genova si chiude con un pranzo al Ristorante Montallegro.
Di Monica Ranieri

Ci sono posti nel mondo in cui ti senti a casa. Arrivi e ti senti un pezzo del puzzle che si incastra perfettamente tra tutti gli altri. Uno di questi posti per me è Genova.

Negli ultimi 18 anni ci sono stata 4 o 5 volte. Ogni volta mi fa sempre la stessa impressione: all’inizio mi disorienta, per la sua orizzontalità, sembra essere lunga e invece è anche alta e profonda, ma quello lo scopri dopo; poi sembra trascurata, trasandata, invece scendi dalla macchina e ti perdi nelle sue strade (e per me perdermi non è un modo di dire, mi perdo proprio, non sono dotata di neppure del basilare senso dell’orientamento) e ti accorgi di una bellezza che in superficie non si vede, ma la devi trovare in ogni singola strada, nelle insegne dei negozi, che talvolta, pur essendo nuovi, hanno insegne che richiamano il gusto e lo stile di quelle di inizio secolo (XIX e forse non è un caso che il quotidiano locale si chiami così XIX secolo?), nelle gelaterie, e qui non devo aprire una parentesi ma proprio un discorso a sé.

E’ l’unica città che io conosca dove puoi trovare il gelataio è veramente colui che fa il gelato. Sarebbe semplice dire che ovunque in Italia è pieno di gelaterie artigianali, no. A Genova si fanno sul serio il gelato da sé, è facile trovare gelaterie dove si fanno da sé gelati simil magnum, o al biscotto, oppure gli eccezionali ghiaccioli o le uniche, al di fuori della Sicilia, granite degne di questo nome. Ma non finisce qui, auto producono cioccolatini e caramelle. Un’abitudine proprio da primi del Novecento, ed è anche questa schizofrenia genovese che amo profondamente, da un lato profondamente legata al suo passato (anche abbastanza recente), sembra talvolta quasi di vedere ancora le signore con gli abiti lunghi, i cappelli a larghe falde, gli ombrellini, passeggiare per le vie centrali della città, come in un romanzo di Svevo (si lo so che è triestino ma a me  l’ambientazione inizio secolo evoca i suoi romanzi, deviazioni scolastiche credo …); dall’altro, cambiando leggermente zona, locali per bere l’aperitivo, stabilimenti balneari cittadini che verso il tramonto si trasformano in locali alla moda e via dicendo.

Amo passeggiare per il centro della città, curiosando quasi ogni singola vetrina, poi girare per il vicolo sbagliato e ritrovarmi con un’umanità completamente diversa, dove il concetto di popolare cambia visibilmente, dove all’improvviso anche i negozi cambiano e se giri ancora per un altro vicolo eccole lì, trovi le prostitute di colore sedute davanti alle porte. Banale pensare immediatamente a De Andrè, ma è così. Ho gironzolato, discretamente, anche da queste parti, senza curiosità o fare foto, ma cercando di memorizzare tutto con gli occhi, con le orecchie e col naso, perché una città è fatta anche di odori. Per poi sgusciare nuovamente verso le strade più popolari, nell’altro senso.

La modernità di Genova si percepisce anche dalla moltitudine di etnie che la popolano. Forse era già così, essendo una città portuale, come Napoli, come Cagliari, non so. Ho notato che la maggioranza, almeno di quelli che ho visto, sono sud americani. Li ho visti per le strade e negli stabilimenti (che a Genova e dintorni è molto difficile trovare una spiaggia che non sia uno stabilimento), lavorare e svagarsi. Non perché io viva sulla Luna, non perché dove viva io non ci siano stranieri, anzi. Ma faccio parte di una generazione che ha visto cambiare gli italiani. Quando andavo a scuola al massimo poteva capitare qualcuno che veniva da un’altra regione, nell’arco di trent’anni gli italiani sono diventati anche cinesi, ecuadoregni, filippini, magrebini, centroafricani, albanesi, rumeni, musulmani, ortodossi, buddisti e chissà, da me sembra una cosa normale, ma a Genova è come quando si arreda la casa con mobili antichi e poi, in un angolo, si mette qualcosa di platealmente moderno: si nota ed è bello, almeno a me piace. Mi piace perché si mescolano colori, odori e sapori diversi, ma poi alla fine neppure così diversi.

Genova è una di quelle città in cui potrei vivere, se dovessi scegliere un altro posto. Mi ci sento proprio come a casa mia.

Questa dichiarazione d’amore, che ho sempre pensato, è venuta fuori spontaneamente ripensando alle vacanze di quest’estate, quando, rientrando dai nostri vagabondaggi tra Francia e Spagna, ci siamo fermati qualche giorno a Genova e siamo tornati, dopo 17 anni, in un ristorante in cui mangiammo con l’allora fidanzato, ed ora marito e padre di due figli.

Si trova in alto e ce lo consigliò la ragazza che stava alla reception dell’ostello della gioventù cittadino.

Ecco, prima di dilungarmi sul cibo e quant’altro permettetemi un ultimo inciso su questo posto. Non ricordo se è stato fatto o ristrutturato in occasione delle Colombiadi del 1992 (ricorrevano i 500 anni della scoperta dell’America). Noi ci andammo nel 1996, quindi la struttura era nuova. Di ostelli, in giro per l’Europa ne ho visti, e questo rientra perfettamente in quella filosofia, camerate di circa una decina di posti letto (divise per sesso), con letti a castelli. Stanza ampie e luminose. Le camerate non hanno servizi privati ma esterni, ma il tutto era, ed è, perfettamente pulito, nonostante il costante passaggio di ragazzi e ragazze, e non solo, provenienti da tutto il mondo. Inoltre sono previste almeno una camera (con 4 o 6 letti) per disabili e 2 o 3 camere per famiglie, ovvero sempre letti a castello, 5 posti letto e servizi privati. Ci siamo tornati anche questa volta, con i nostri figli. Ed abbiamo trovato tutto come allora, ben pulito e ben tenuto. Non solo, in una parte del pianterreno dell’edificio, con un’entrata privata, c’è la scuola materna del quartiere O’regina. La vista, dalle finestre della nostra camera, era bellissima, si vedeva tutta Genova e giù giù fino al mare. Il personale alla reception sempre gentile e disponibile e la “popolazione” era assolutamente variegata.

A 5/10 minuti, salendo ancora, arrivando in una strada che ha fatto ridere i bambini (via mura delle chiappe) c’è il ristorante Montallegro. Ancora una volta è un ristorante storico, è lì da decenni (almeno 2 per la nostra esperienza, ma in realtà ancora di più). Discreto esternamente, sembra una qualsiasi trattoria, ma dentro (come Genova) si scopre un altro mondo. Il primo ambiente sembra quasi un circolo di altri tempi: ampie poltrone in pelle rossa, con tavolini centrali, ma con il resto dell’arredamento un po’ rustico, che fa pensare alle vecchie sale da fumo, dove puoi bere una birra o altro aspettando il tuo turno (un american bar I suppose). Si salgono un paio di gradini e c’è la sala da pranzo. Arredata in modo minimalista, pochissime credenze con piatti, bicchiere e posate, tavoli in legno appositamente trascurati ed un’intera parete e a vetri che da sulla città e sulla terrazza esterna, con altri tavoli.

Ci siamo seduti all’interno e con un servizio non proprio celere (ma non è detto che sia un dramma …) abbiamo ricevuto le nostre tovagliette, le posate, i bicchieri ed il menù: un semplice foglio scritto a mano con una bella calligrafia dove erano elencati i piatti (4 o 5 primi, lo stesso per i secondi ed i contorni) ed i loro prezzi. Dolci e vini godevano di un menù tutto loro.

Si può andare a Genova e non mangiare il pesto? Così i figli hanno preso dei mandilli al pesto (una specie di pappardelle molto larghe ma non so se sono con le uova) mentre il marito ha optato per le trofie al nero di seppia. Io invece mi sono diretta al secondo, tanto sapevo che avrei assaggiato da loro ed ho scelto un mix di gamberetti e pinocchietti. Le paste erano buonissime, porzioni abbondanti ed eccezionali. Ho scoperto solo quando me li hanno serviti (una gran bella porzione, quasi per due) servita su un ampio piatto, carta paglia e sopra il fritto) che i pinocchietti altro non sono che dei micro pesciolini e pure i gamberetti erano mini, e un po’ mi è dispiaciuto perché mangiare i piccoli delle specie animali impoverisce le specie stesse, ma erano buonissimi.

Per accompagnare  il tutto, a parte l’acqua per i bambini, ci hanno portato un vino bianco, della casa. Buonissimo, manco a farlo apposta aveva un leggero retrogusto di basilico.

Uscendo dal locale ci siamo accorti che proprio lì vicino c’era il capolinea della funicolare, una sorta di tram in discesa che in pochi minuti ti porta nel centro della città. Ma quella è stata l’avventura di un altro giorno.

 

 

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Monica Ranieri
Una laurea in lettere con indirizzo storico appesa al muro, fuggita dalla Capitale da una decina d'anni, vive in campagna con marito, 2 figli, 2 cani, 3 gatti ed una decina di galline. Ha iniziato a cucinare imitando Wilma De Angelis e non ha più smesso. Incostante e curiosa. Bada più alla sostanza che all'apparenza ed afferma convinta che parlando di cucina in realtà si parla di tutto, di sé, di politica, di ambiente perché per la cucina ci passa la vita.

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