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Supersized – o di come gli Stati Uniti (e il mondo) sono diventati XXL

Dalla fame per necessità all’appetito superfluo, il passo è stato (relativamente) breve. Francesca ci racconta la trasformazione in Supersized degli Stati Uniti, e non solo.
Di Francesca Mastrovito

56 e 70.

Non è l’ambo da giocarvi alla prossima estrazione sulla ruota di Bari –o se volete, fatelo pure. Sappiate però che la fonte non è assolutamente un mio trisavolo comparsomi in sogno. Questi due numeretti sono divisi da un profondo solco che non consiste solo in 14 unità: di mezzo ci sono 40 anni, almeno 2 taglie di pantaloni, qualche (qualche?) fast-food in più, una curva ascendente del fenomeno di globalizzazione e un sistema alimentare totalmente stravolto –almeno, quello dei Paesi Occidentali.

56 è il peso medio in chili delle donne statunitensi tra i 20 e i 29 anni nel 1960.

70 è il peso medio in chili delle donne statunitensi tra i 20 e i 29 anni nel 2000.

Ora, addentrarci in un’argomentazione dettagliata ed esaustiva delle cause che hanno condotto a questo allargamento di vita ed espansione di pancia è un’impresa alquanto ardua, senza contare che mentre io scrivo e voi leggete ci sono in tutto il mondo cervelloni che si stanno arrovellando sullo stesso argomento. D’altro canto, però, non possiamo nemmeno cascare nella trappola riduzionista di puntare il dito esclusivamente contro il boom economico del dopoguerra, perché per quanto possa esserci una certa correlazione tra la fiumana di soldi e quella di calorie, questa non è poi così diretta –e ovvia, dal momento che andremmo a calpestare numerosissimi passaggi intermedi, variabili e coefficienti. Partendo da questa premessa –ai veri intenditori l’ultima parola-, quello che possiamo fare è  rivoltare come un calzino uno di questi passaggi topici che hanno preso per mano la popolazione femminile americana (non solo femminile, e non solo americana) traghettandola verso la media della taglia 46. E la causa è umana: nel corso degli ultimi 50 anni si sono succeduti, in un’avvincente staffetta, personaggi più o meno influenti che hanno cambiato completamente il nostro sistema alimentare, partendo da una nuova concezione del cibo: non solo fonte di nutrimento, ma anche merce –e non poco redditizia, mica scemi. Con l’unica differenza, però, che a un maggior consumo non corrisponde solo un maggior ricavo economico, ma anche un’assunzione più elevata di calorie. Un circolo vizioso di portafogli pieni, obesità e malattie cardiovascolari. Se vi state chiedendo da chi sia composta questa schiera malefica, posso dirvi che uno tra questi è niente poco di meno che Richard Nixon in persona. Ma non è lui il personaggio demonizzato di oggi, anche perché ha ancora un Vietnam e mezzo da scontare.

Il nostro uomo si chiama David Wallerstein, ed è colui che, prima di averci allargato la bocca dello stomaco, ci ha allargato le porzioni. Disclaimer a suo favore –e a difesa della sottoscritta: questa storia non intende essere un’apologia al vostro bottone dei jeans che salta. Se dovesse capitare, diffidate dall’urlare “maledetto Wallerstein!”. La colpa potrebbe essere di quei tre etti di maccheroni che vi siete sbafati da soli davanti alla televisione. O del bucket king size di gommose comprato al Sarni di Sangro Ovest, fate un po’ voi.

supersize_fries

La parte più curiosa di questa storia sta proprio nella sua genesi: la rottura degli argini che contenevano dignitosamente le nostre porzioni non è avvenuta in un ristorante, né tanto meno al supermercato. Il tutto accade in un cinema di Chicago, dove Mr. Wallerstein viene incaricato di trovare un qualsiasi stratagemma per incrementare le vendite di popcorn e soda all’ingresso delle sale. Che sia stato per decenza, perché “magari il secondo non lo finisco tutto”, per non uscire dalla sala durante la pausa prima del secondo tempo o semplicemente per non apparire troppo ingordi, la gente evitava di comprare il secondo cestino di popcorn. Come smerciarne in quantità maggiore –senza lanciarli addosso ai clienti? Semplice: allargare il diametro del cestino. Ecco che nel 1967 fa la sua comparsa il supersize popcorn: il successo è immediato, è enorme, è incontenibile. Tanto che quella vecchia volpe di Wallerstein pensa bene di vendersi l’idea, e lo fa non con una persona qualunque, un qualsiasi sprovveduto che incontra casualmente per strada. No, va a bussare alla porta di Raymond Albert Kroc, che detto così, può sembrare un americano col doppio nome come tanti. No, Kroc è uno dei fondatori della catena di fast-food più famosa del mondo –si, proprio uno dei fondatori di McDonald; peccato che inizialmente non fosse così attratto dall’idea, anzi, era totalmente contrario. Così un giorno Wallerstein lo convince a sedersi in uno dei suoi ristoranti, sempre a Chicago, per studiare il comportamento delle persone a tavola: tutti, dalla casalinga al manager, dal bambino alle coppiette, posavano l’angolo del sacchetto sulle labbra, lo inclinavano e lo scuotevano per pescare fino all’ultima briciola rimanente di patatine fritte e sale. Ma mai nessuno che si alzasse a ordinarne un altro.

È 1972 in un attimo. McDonald introduce le porzioni oversize di patatine e soda –ma attenzione, solo patatine e soda, e non (ancora) hamburger. Questa scelta, più che a una strategia di marketing, risponde a un fabbisogno biologico: noi –noi esseri umani- siamo fisiologicamente programmati a procacciare cibo che fornisca dosi significative di energie, e quindi, cibo ricco in grassi e zuccheri –che, tra le altre cose, causano dipendenza. Tradotto in altre parole: non è che l’uomo vada ad abbuffarsi automaticamente il doppio davanti a un qualsiasi tipo di pietanza. Provate a mettere un ragazzetto di 8 anni davanti a un piatto con mezzo chilo di broccoli stufati: si scommette facile su chi la spunterà tra i due. Provate ora a mettere tra le mani dello stesso ragazzetto una stecca di cioccolato dello stesso peso. L’unica scommessa che potete fare è sul tempo che impiegherà per finirla.

Successo, successone anche questo, che non si rivela però estremamente duraturo: agli albori degli anni  ’80 il mercato inizia a ristagnare, le porzioni king size non bastano più ad attirare la clientela. La soluzione al problema, questa volta, arriva da Taco Bell, che introduce il Value Meal – che altro non è che il menù da fast-food. La convenienza di quei 70 centesimi in meno rispetto all’ordinazione classica di più elementi e l’incremento di rapidità nel servizio fa del menù un’attrazione irresistibile per la popolazione americana sempre più di fretta –e sempre più grassa. La genialata del value meal sta nel far acquistare al consumatore almeno un elemento che non avrebbe ordinato altrimenti: magari quel sacchetto di patatine non lo avrebbero voluto per davvero, né tanto meno lo avrebbero ordinato dopo la fine del pasto già di per sé abbastanza massiccio; ma chi importa, è solo un dollaro in più. E come scatenare lo stesso desiderio di un pasto molto più che completo anche nei bambini? A questo ci pensa di nuovo McDonald con il lancio di –indovinate cosa? L’Happy Meal, bravi. Un pupazzo di plastica fa felice infanti sbraitanti, genitori sull’orlo di una crisi di nervi e supermanager. Meglio di così.

Ma non è ancora finita: il colpo di grazia arriva nel 1993, in contemporanea con l’uscita di Jurassic Park nelle sale cinematografiche di mezzo mondo –un po’ per chiudere il circolo esattamente dove tutto è cominciato, insomma. E alla domanda “Come soddisfare la fame sempre più giurassica dei clienti”, McDonald risponde allargando anche il menù, lanciando l’opzione Dino-size. Inutile, a questo punto, dilungarci in altri esempi pratici, come la moltiplicazione spontanea dei burger di carne nel Big Mac che nemmeno il Vangelo, la bibita taglia-bimbo del 2000 più grande della (sola) porzione da adulto del 1960, l’interminabile lista di gelati, frappè e milkshake… Il risultato non cambia.

Dalla fame per necessità all’appetito superfluo, il passo è stato (relativamente) breve, e non si è solo limitato al settore dei fast-food: le porzioni di cibi precotti in supermercato sono più grandi, i piatti in ristorante sempre più colmi, gli snack per bambini sempre più pesanti. Se state pensando di includere anche i pranzi domenicali delle massaie meridionali, beh sono un attimo borderline, questa è tutta un’altra storia. Né tanto meno, inutile dirlo, il fenomeno supersize è rimasto arginato tra i confini statunitensi. Chissà se la maggior consapevolezza degli ultimi tempi nei confronti dell’alimentazione non creerà una controtendenza, falciando qualche centimetro in diametro –del bucket delle patatine, del giro vita, della bocca dello stomaco.

Le strade del paradiso sono lastricate di buone intenzioni.

Francesca Mastrovito
Pugliese verace in trasferta tra Lombardia e Piemonte, crede nel potere unificatore e terapeutico del cibo (soprattutto quello buono, pulito e giusto) e lo applica scrivendo, cucinando, impastando, mangiando, soprattutto studiando. Dopo aver convinto una docente di Scienze linguistiche a trattare di Massimo Bottura come argomento di tesi, frequenta il master in Food Culture & Communication dell’Università di Scienze Gastronomiche. Scrive di cibo -dei suoi luoghi, del suo linguaggio, della sua storia- in un blog che non è un foodblog. Nel tempo libero, panifica; nel tempo non libero, panifica -sempre accompagnata dalla sua esplosiva pasta madre.

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