A Matter of Taste: Cucinare è un atto politico

Armatevi di coltello e forchetta, la rivoluzione del cibo è arrivata, parte dal basso ma deve ringraziare i radical chic del food. Dal Food Revolution Day del 17 maggio al Festival Soul Food di Roma, ecco da dove cominciare la rivolta.
Di Margo Schachter

Bando ai riformisti dell’alimentazione. Una banda armata di rivoluzionari ha imbracciato coltello e forchetta in nome di un cambiamento, radicale, nel nostro modo di mangiare. Gli appelli alla sana alimentazione? Finiti insieme a quelli per le stragi del sabato sera. Sepolti dalle merendine e da drink a metà prezzo. L’educazione con le buone pare fallita, servono le maniere forti.

It’s time for change. It’s time for a food revolution. Sentenzia Jamie Oliver, fondatore del progetto Food Revolution e del Food Revolution Day, che quest’anno si festeggia in mezzo mondo il 17 maggio, Italia inclusa. Obiettivo, salvare gli americani, nazione-simbolo del problema obesità e cattiva alimentazione, e con essi il resto del Pianeta. Ambizioso, quanto convincere un bambino tirato su a patatine fritte che esistono altri cibi altrettanto appetitosi…
La petizione ha già raccolto oltre 800.000 firme, fra cui quelle di anche quella di Justin Bieber, Claudia Schiffer e Gwyneth Paltrow, e conta sostenitori in in più di 60 paesi, dal Togo a Capo Verde. Mediatico e scintillante quanto un red carpet di Hollywood, cos’ha di rivoluzionario il progetto, a parte i pugni chiusi e i sedani branditi come armi bianche? L’idea di partire dal basso.
Inutile i proclami, le conversioni tardive, le tassazioni zuccherine, Jamie guarda alle nuove generazioni e ad una ri-educazione alimentare che parta dai bambini e dalle comunità, e dalle cucine delle loro case.

Cucinare è un atto politico. Ne è convinto anche qualcun altro, per la cui “la forchetta a tavola va sempre a sinistra”. No, non è Oscar Farinetti che alza la voce dal tavolo dei relatori di un congresso, è la parola di un dj, economista, scrittore, pugliese di origine e marsigliese d’adozione. Il suo nome d’arte,

“Cucinare è un atto politico, come la parmigiana di mia nonna, fatta solo in agosto, con le melanzane di stagione. E può esserlo evitare di comprare creme fosforescenti spacciate come pappe per bambini” recita l’incipit del suo ultimo libro La parmigiana e la rivoluzione [Stampa Alternativa].

Buon senso, altro che pasionario del food! Eppure oggi sono più rivoluzionare le melanzane che un’insalata di quinoa. “Oggi la cucina è spesso dissociata, schizofrenica, distratta, velocissima o al contrario disperatamente buongustaia, saputella, di gente che ama parlarsi addosso”. La sua è una militanza verace,  lui è “in missione per conto delle nonne”.

Mangiare è un elemento sociale prima ancora che gustativo e il cibo è servito per millenni per costruire comunità, e quindi democrazia. L’alta gastronomia, il foodie incallito, lo snobbismo viceversa crea élite del gusto e aristocrazie.  Oggi si degusta, qualunque cosa, si parla di cibo sempre, anche mentre si sta mangiando e si inseguono sapori irraggiungibili per distinguersi. L’abbondanza e il mass market hanno creato due nuove classi, quelle costrette al discount e quelle che per distinzione cercano solo “il meglio”, il  Sacro  Graal dell’ingrediente local.

Dalla nouvelle cuisine all’etnicismo, oggi “O famo strano” ha fortunatamente preso il sapore del km zero e della produzione tipica, da riscoprire per il proprio edonismo più che per la salvaguardia della biodiversità dei sapori – ma che importa? Pensiamo di salvaguardare il nostro patrimonio gastronomico inseguendo il miraggio di coltivazioni intensive o di specialità locali? Fortunatamente rispetto ad altri Paesi la nostra tradizione gastronomica ci sta salvando. “L’Italia è una Repubblica basata sul lavoro, il soffritto e il pomodoro. Ricci e cozze pelose stanno lì a proteggerci dal sushi”.

Mentre Jamie Oliver salva gli obesi statunitensi dal junk food la battaglia nostrana è per la salvaguardia di cibi che andrebbero perduti senza i radical chic della gastronomia. “Ci sono cibi come la cotognata, che rischiano di essere sacrificata sull’altare della semplificazione”, l’Unione Europea ha rischiato di cancellare il lardo di Colonnata, i formaggi muffiti, le squisitezze di secoli di storia. Ai confini il trattato di Shengen non si applica ai vasetti di pomodoro o ai salami, che devono passare come immigrati irregolari, senza permesso di soggiorno. E allora Don Pasta sogna pasti illegali, rave party in nome della libera circolazione dei sapori, e un asilo politico a chi, come lui, vuole solo essere uno scafista di salsa e conserve della mamma.

Sogni da foodie disobbediente che ha deciso di dare al sogno forma organizzativa. Si chiamano Cene Carbonare e sono tavolate ospitate in case private, e segrete, esprimenti di ricostruzione sociale. Il 24,25, 26 maggio a Roma torna il Festival Soul Food. Cene, mercati, guerrilla gardening, cooking-dj-set ecc ecc con al centro il cibo, la spesa, gli ingredienti come metafora di una rivoluzione quotidiana.
Perché la cotognata resisterà. Hasta siempre cotognata!

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