A Matter of taste: Foodporn, le parole sono importanti

A Matter of Taste torna con un assunto fondamentale per il foodporn: le parole sono importanti. Anche senza immagini.
Di Margo Schachter

Un articolo sul food porn senza immagini, quasi un controsenso in termini dato che con la parola evoca essenzialmente uno scatto fotografico in cui il cibo si fa desiderare in modo carnale. Pornografico, una rappresentazione del piacere, da guardare senza toccare.

Cioccolato fuso, lucido e scuro, crostini di pane croccante cosparsi di fiocchi di formaggio sbriciolato e ai lati cremoso, uno spicchio di fico caramellato brillante di melassa, un filo d’olio che si sparge sul tagliere di legno, la lama del coltello ancora sporca, le briciole sparse. Ti viene fame, vorresti mettere in bocca uno di quei pasticcini o sentire il sapore del latte di pecora fondersi con la piccantezza dell’olio e incontrare la resistenza della frutta e la texture dei semini sotto la lingua.

Siamo uomini, ci affidiamo a vista, udito e tatto prima che al gusto e all’olfatto. Siamo fatti così, ed è per questo che le foto di food-pornografia funzionano così bene. Ma le parole sono importanti. Lo sosteneva un giovane Nanni Moretti in Palombella Rossa. E seppur lui stesse parlando di matrimoni, trovare le parole giuste quando si parla, o si scrive, è fondamentale. Chi parla male, pensa male e vive male – diceva nel film – e mangia male, si potrebbe aggiungere.
Il foodporn non è solo fatto di immagini di torte color cioccolato dalla cui sommità fluisce un rivolo di caramello lucido e appiccicoso, fino a formare una goccia sul piatto. È fatto di parole che possano descrivere la resistenza dell’impasto compatto alla lama del coltello, la pesantezza delle briciole, lo strato di torta esterno cotto quasi a diventare bruciacchiato, brunito e interrotto da una crepa netta che lascia intravedere l’interno. Il profumo inebriante che si sente solo per un minuto dopo che la torta è stata sfornata…
Quello che vediamo ci fa desiderare quel boccone, quello che leggiamo può farcelo raggiungere per un attimo. Per restare nel paragone con il porno, molto spesso sono più potenti le parole di una descrizione ben fatta sulla carta, nero su bianco, che il vedo-tutto di certi film.

Negli ultimi anni la fotografia food-pornografica è ovunque, nell’espressione artistica dei grandi fotografi, così come negli scatti voyeuristici della blogger di Voghera. Ma il testo? Non è l’argomento, è l’espressione diceva Nanni Moretti, non è quindi questione di ricette, ma di parole usate per descriverle, di modi di dire, di espressioni che stridono ogni volta che vengono pronunciate. Dopo aver letto un recente articolo dell’Hufflinton Post ho capito di non essere la sola a non sopportare alcune parole usate in continuazione nel gergo della cucina – a maggior ragione in certi contesti, perché se si vuole essere sexy serve aggiungere un po’ di manierismo linguistico al proprio foodwriting.

Appetitoso, stuzzicante.
Che stipola l’appetito e la curiosità. Forse solo un amuse-bouche potrebbe essere definibile così, e comunque a fianco di un certo tipo di fotografia non risulta tautologico?

Buono, gustoso.
Nel senso che ha sapore? Saporito, sapido? C’è un mondo di sensazioni del palato che possono descrivere un piatto e racchiudere 5 sensi in un “gustoso” è davvero poco. Ci sono i colori, le forme, i profumi, le consistenze e infine i sapori. Si possono elencare tutte o scegliere da dominante, quella che stupisce al primo impatto o al contrario la nota nascosta che sarebbe altrimenti difficile percepire. Un profumo può essere intenso, pungente, penetrante, acre, oppure delicato, leggero, aromatico, inebriante – in senso negativo o positivo. Un tartufo appena percettibile potrebbe non essere un punto a favore, per un’erba aromatica o una spezia invece sì. Soffice, fragrante, cremoso, burroso, speziato… ci sono mille cose da dire al posto di gustoso. Persino il rumore di un biscotto che si spezza o dello sbriciolarsi sotto i denti fa parte dell’esperienza.

Coperchiare, spadellare e tutto l’insieme di verbi costruiti sugli utensili da cucina.
Sono l’equivalente di cucchiaiare o forchettare. Impiattare è brutto, ma a volte se servire non può fungere da sinonimo, passi.

Andiamo a…
A meno che uno non si stia spostando materialmente per l’azione di frullare, affettare, saltare ecc non ha molto senso. Se si sta raccontando passo a passo una ricetta basta dire Frulla!, frullate! Frulliamo! – se si vuole fare un po’ di food-porn-writing, l’imperativo è d’obbligo.

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