Gianluca Biscalchin: gustose illustrazioni

Marco intervista Gianluca Biscalchin: famoso giornalista gastronomico e illustratore e autore di Cibology.
Di Marco Torcasio

Tutto ha inizio da un carciofo. Ti va di spiegarci esattamente che cosa significa?

Tutti abbiamo un ingrediente feticcio, credo.  Il mio è il carciofo. Un po’ per la sua apparenza da fiore corazzato con un cuore delicato. Un po’ perché sono nato a Roma e mia nonna lo cucinava in modo strepitoso. Un po’ perché mi ha sempre portato fortuna. Comunque me lo sono tatuato sulla schiena, per portarmelo sempre dietro.

Oltre che illustratore alimentare sei un giornalista gastronomico. Cosa ti lega all’una piuttosto che all’altra professione?
In realtà il disegno per me è un’estensione della parola scritta. Un modo per raccontare una storia usando linguaggi diversi, ma attigui. In Italia non esistono, come all’estero, illustratori specializzati esclusivamente in food. E sicuramente non sono, al tempo stesso, giornalisti. Credo, in questo almeno, di essere abbastanza originale.

Tra le tue  abilità c’è sicuramente un’innata dimestichezza con i fornelli. Come definiresti il suo stile in cucina e quali sono i tuoi piatti forti?
In cucina mi è successa una cosa strana. Prima di occuparmi professionalmente di gastronomia mi ritenevo piuttosto bravo ai fornelli. Da quando bazzico le cucine dei grandi chef ho aperto gli occhi sulla mia scarsezza e ho avuto la forte tentazione di appendere per sempre la padella al chiodo. L’unica eccezione i risotti: quel gesto circolare, la cura, l’attenzione per ottenere un buon risultato mi fanno lo stesso effetto di uno psicofarmaco.

Il tuo blog sembra fondarsi su un legame biunivoco e quasi inevitabile che intercorre tra cibo e comportamenti umani. In cosa consiste esattamente?
Il cibo è un marcatore dell’animale sociale. Rivela cose molto interessanti su come siamo fatti. E come ci comportiamo. Cibology è un tentativo, spero ironico e divertente, di studiare la fenomenologia del mangiare umano. Con parole e illustrazioni.

Tra i tuoi maestri citi Tullio Pericoli. Cosa ti accomuna al grande disegnatore marchigiano? “Accomunare” non è la parola che userei. Io sono un suo devoto e lo guardo dal basso verso l’alto. Pericoli è un artista completo, io mi diverto a disegnare. Tutto quello che ho imparato sul senso del ritratto, l’ho imparato dai suoi disegni. Un vero maestro.

Nel tuo ideale quaderno di ricette quali piatti della tradizione gastronomica italiana non devono assolutamente mancare?
Il carciofo in tutte le sue declinazioni, ovviamente. Poi il risotto alla milanese che considero un capolavoro. Così come la parmigiana. Sono piatti straordinari. Ma il mio confort food è la pasta col tonno. Antidepressiva.

Tra tutte c’è un’illustrazione a cui sei particolarmente affezionato?
In genere tutti i ritratti degli chef, anche se sono i disegni più difficili da realizzare. È una categoria che ammiro molto e non solo professionalmente. In genere sono persone straordinarie. E la sfida è cercare di raccontare qualcosa della loro personalità ed eccezionalità. Spesso non ci riesco. Ma ci provo sempre.

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