Jap beer – Kagua

Da una vecchia foto giapponese alla birra Kagua: Maria ci accompagna in un bellissimo viaggio.
Di Maria Alessandra Tioli

La mia storia pazzesca è legata a questa vecchia fotografia, è uscita da un vecchio libro di mio nonno, opaca, sbiadita come lo sono le foto che sono state tenute in mano a lungo, guardate migliaia di volte. L’ho trovata che ero bambino, e subito l’ho tenuta, stregato e affascinato, l’ho conservata per tutta la vita, fino ad oggi. Quanti sogni, più o meno leciti e quante storie ho costruito su quell’esile figuretta, infantile e diabolica, la giovane maiko sul calessino, diretta a incontri, a noi bambini proibiti. E’ stato bello crescere e diventare adulto tanto da poter disporre della vita a mio piacimento, e così, un giorno qualunque, dopo l’ennesimo trasloco, ritrovare l’antica foto mi decise a partire verso la misteriosa città, che la grafia sbiadita tracciava sul retro: Yokohama. Cosa sperassi di trovare, non sapevo, ma decisi immediatamente, dandomi mille motivazioni logiche: un Giappone che non conosco, un paese in crescita, uno spiraglio di vita e di lavoro anche se, inconsciamente, avevo la certezza che fosse lei, la giovinetta, a richiamarmi da lontano.

Scelsi un albergo che più giapponese non poteva essere, sembrava la casa di una vecchia geisha , mi trovai così catapultato all’inizio del ‘900 per charme e disservizi. Ma che c’era di meglio per calarsi completamente nell’atmosfera ‘japan old fashion’?

L’ho letto in qualche romanzo e visto fare in moltissimi film, ho preparato una mancetta, e sono sceso dal portiere dell’hotel, aspettando che ci fosse quello di notte, e tra strafalcioni linguistici e malcelato imbarazzo, ho provato a spiegarmi senza sapere bene, io stesso, quello che stavo cercando. Il sorriso beota e la strizzatine d’occhio mi fecero capire che su qualche cosa ci eravamo intesi. Più a gesti che a parole mi indirizzò alla porta facendomi intendere di seguire una giovane maiko, che aspettava nell’abito tradizionale, sotto ad un lampioncino rosso, di carta sottile. Mi diede solo uno sguardo, con la coda obliqua dell’occhio, e iniziò a camminare a piccoli passi veloci, incrociando altre maiko, colorate come lei, ad ogni angolo di strada.

Non so come successe, ma per un attimo pensai di averla perduta, e mi ritrovai in mezzo ad altre 100, tutte uguali, o almeno simili nel calar della sera. Ma ecco di nuovo l’occhiata obliqua di prima che si infila in un vicolo, corro per non perderla, e la seguo affannato, per strade sempre più strette e mal illuminate.

Mi sembra di camminare da ore ed ecco che passando sotto un lampione mi accorgo del tatuaggio rosso alla base della nuca. Ma prima c’e l’aveva? Forse non l’ho visto, ma la cosa mi rende dubbioso e preoccupato. Che fare? E’ lei che decide per me, si ferma, bussa ad una porta ed entra veloce.

La seguo di corsa e mi trovo in un retro mal illuminato, la strada sbarrata da due  maiko, grandi, enormi, ma veramente enormi, che ridono sguaiate bevendo da una bottiglia. La prima mi afferra e con un un timbro di legno mi marchia la mano, il tatuaggio che avevo visto sulla nuca della mia guida. Un brivido mi corre lungo la schiena, ma dove mi sono cacciato?

Mi giro per uscire, ma lei è lì, mi prende per mano e mi trascina oltre una tenda. Comincio a sudare e le orecchie mi ronzano, no, non sono le orecchie a ronzare sono le voci di decine di ragazzi e ragazze in abiti tradizionali, che parlano e ridono, i bicchieri in tutte le mani, la musica forte dei bassi fa tremare le ginocchia. Sono finito in un bar, di quelli alla moda, musica e cocktail da metà pomeriggio a notte fonda. La mia maiko non mi lascia la mano, mi trascina a fatica verso il banco del bar ricoperto di bicchieri e bottiglie. E’ abbigliata come una maiko, mi spiega, ma fa la bar tender, organizza e gestisce  beer party in total look giapponese. Questa sera c’è il lancio di due nuove birre, la KAGUA bianca e la KAGUA rossa, con una speciale esperienza aromatica dovuta alla miscela di erbe giapponesi come lo yuzu e il sansho. Questi ingredienti sono raramente utilizzati nella produzione di birra ma la KAGUA se li procura direttamente da produttori di alta qualità.

Non so perché, ma ricomincio improvvisamente a respirare, il panico è passato, e posso anche cominciare a divertirmi. Non mi faccio pregare e accetto un bicchiere della bionda, una pallida luce gialla e una schiuma cremosa, molto liscia, sprigiona gli aromi dei lieviti e dei cereali con un fondo che non conosco dato dallo yuzu. La mia intrattenitrice mi spiega che il direttore artistico di KAGUA è famoso a livello internazionale. Ha creato un’immagine molto semplice, dando un’idea della natura dolce e meditativa del Giappone. Il logo si ispira ad  un sigillo tradizionale, che i giapponesi hanno usato da secoli per firmare.

Sono felicissimo che la serata non sia finita nel modo che speravo, chissà, magari domani, adesso mi faccio una KAGUA rossa.

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