La cucina italiana spicca il volo verso il lontano Kazakistan

Neonila ci fa gettare uno sguardo su cos’è la cucina italiana all’estero. In questo caso ci parla di Kazakistan.
Di Neonila Siles

Difficile rimanere impassibili di fronte alla bontà della cucina italiana. Così semplice, genuina, dai sapori netti, inalterati e seducenti.

Pesce che sa prevalentemente di pesce al profumo inebriante della salsedine marina, frutta che racconta del sole cocente delle lunghe estati in campagna, formaggi dei pascoli verdi e del frinire delle cicale.

Mangiare italiano all’estero è un po’ come partire alla volta dell’Italia: ogni piatto, se sapientemente preparato, ti introduce alle peculiarità delle terre italiane. La carbonara? Ecco, si tratta della gente che pranzava nelle carbonaie, portando con se  uova e del pecorino romano. Bistecca alla fiorentina? Parliamo della città di Firenze dei prosperi tempi dei Medici, delle mucche di razza chianina di Val di Chiana. La pizza del Regno di Napoli, il pesto della riviera ligure, le sarde a beccafico di Sicilia e così via. Una carellata di luoghi, di tradizioni, di immagini del Belpaese tanto amato all’estero. In Kazakistan compreso.

Il Kazakistan è una nazione giovane mentre la sua capitale Astana, nel prisma della storia, è addirittura neonata: fu proclamata capitale solo nel 1997. Non per questo, però, si comporta “da piccola”! Spesso nominata “la città del futuro” e “il cuore dell’Eurasia”, la città ha triplicato i suoi abitanti in una manciata d’anni. Si è riempita di grattacieli firmati da archistar, di centri commerciali super griffati e super moderni che devono rispondere alle esigenze dei giovani kazaki, con l’istruzione europea già alle spalle, e del numero sempre crescente dei viaggiatori. Il caffè che si consuma qui è rigorosamente italiano, tutti hanno sentito parlare del tiramisù e del risotto, nei ristoranti ordinano volentieri la pizza, anche se non precisamente autentica.

Con la mia partner locale Irina, una vera professionista del food culture communication ad Astana, abbiamo organizzato, presso il College di Ristorazione Pubblica, una full immersion nella cucina italiana per i cuochi kazaki. Sono partita da Roma con lo chef e ristoratore romano Marco Damiani e con 50 kg di prodotti italiani, dai carfiofi romaneschi ai pistacchi di Bronte, passando per il tartufo di Acqualagna, lo zafferano di Cascia, il caciofiore braccianese ecc. Durante tre intensissimi giorni Marco ha dato lo spettacolo: mantecare, amalgamare, caramellare, gratinare, cuocere al dente. La carbonara e la parmiggiana, la lasagna e la tagliata, il risotto ai porcini e la caponata, Costolette di abbacchio a scottadito e il carciofo alla giudia, millefoglie ai frutti di bosco e il parfait al pistacchio. A me è toccata la parte teorico-folcloristica che condiva le nostre lezioni con abbondanti racconti di legende e storie gastronomiche italiane.

Abbiamo avuto degli alunni formidabili che seguivano con avida curiosità ogni cosa, partecipavano, commentavano, chiedevano e si cimentavano nelle ricette italiane.

L’ultima sera ad Astana, ospiti nel ristorante dove una nostra «alunna» è a capo dei pasticieri, abbiamo avuto in omaggio un tiramisù accompagnato dal messaggio «E’ l’ultimo simil-tiramisù servito in questo ristorante. Grazie a voi.» Quale segnale migliore per una missione riuscita?

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