Poporoya, ristorante e alimentari giapponese a Milano

Mariachiara ci porta da Poporoya, a Milano, dove la cucina giapponese è di casa, oltre a renderci partecipi di alcune riflessioni.
Di Mariachiara Montera

Esistono, da italiano, dei parametri nazionalpopolari codificati di cucina e servizio con cui giudicare un ristorante, o meglio ancora una trattoria, del nostro Paese. Se invece hai di fronte un ristorante che fa cucina di un altro paese, molti dei criteri vengono accantonati in una casella che declina nel folclore, e per il timore antropologico di risultare ignoranti si è disposti a rivoltare i nostri credo.
Se in quel paese si sputasse per terra nei pubblici esercizi, chi saremmo noi per giudicare villiche le persone di quel paese che applicano questa usanza nel proprio ristorante che però sta in Italia?
Così, per non correre il rischio di apparire xenofobi, e per accorparci alla corrente del gourmand cosmopolita, ricodifichiamo il nostro metro e passiamo oltre eventuali episodi bizzarri che prendono vita sotto i nostri occhi italiani ma, holy god!, internazionali.

A volte però è indispensabile sopire l’understatement dell’uomo di mondo e, a rischio di sembrare retrogadi, grevi e cheap tocca dirlo: al Poporoya, ristorante e negozio di alimentari giapponesi, sono bruschi, ruvidi, sbrigativi.
La premessa è questa, e dovete tenerne conto se per voi l’accoglienza cortese e leggiadra è un valore essenziale nella scelta del locale dove mangiare: se cercate l’oste che vi coccola con il limoncello, se desiderate lo sconticino perché clienti fedeli, se adorate le pacche sulle spalle scordatevi tutto questo. Al Poporoya tutti vengono trattati democraticamente in maniera burbera.

Chi invece fa del cibo l’unico culto, al di là del fattore umano, si rechi al Poporoya senza indugi. Troverà la migliore trattoria giapponese di Milano e un sushika, Shiro, che ha fatto del taglio del pesce la sua religione. Il locale è minuscolo, pochi metri quadri che si dividono tra un alimentari dove trovare ingredienti nipponici e una sala con tavoli e banco di lavorazione: dodici coperti circa, che ruotano come dervisci a un ritmo da roulette. Questo è il regno di sushi, sashimi, chirashi, uramaki, temaki per ghiottoni: porzioni extra, morsi grandi, sapori decisi. Niente finezze, poche sfumature: un nighiri di Shiro è quello che per un milanese è un mondeghilo, un morso di golosità riempigote.
Il taglio del pesce garantisce sconfinata morbidezza, ed è completato da un riso perfettamente acidulato e sempre fresco.
Potete scegliere anche tra i più conosciuti piatti cucinati, buoni ma non altrettanto eclatanti.
Se siete dei poporoyani novelli, vi riveliamo che è permesso chiedere a Shiro le versioni special di sushi e chirashi, con pesci meno mainstream in combinazioni più particolari.
Ma vi saranno accordati solo in momenti di tranquillità, e a un prezzo un po’ più alto.

Cosa dovete sapere quindi per godervi questa trattoria giapponese senza che il servizio vi mandi il sushi di traverso?
1) Non potrete sedervi finché tutti i commensali non saranno arrivati.
2) Non potrete fare foto (che è il motivo per cui questo post è corredato da immagini che sarebbero potute essere scattate ovunque)
3) Siate pronti: vi chiederanno cosa mangiate mentre siete in fila, e se volete qualcos’altro quando ancora state mangiando il vostro pasto.
4) Finito? Scattare e lasciare – giustamente – il tavolino a chi è in coda che aspetta.

Queste sono dovute precauzioni, leggetele e poi mettetele via di fronte al bene supremo del sushi di Shiro. Un boccone e la ruvidezza scompare.

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