Soave l’immortale, Amarone il vecchio e la Bolla a dosaggio zero

Marco e Matteo ci raccontano di un weekend di degustazioni tra Soave, Amarone e Franciacorta. “I nostri 400 chilometri per scoprire cosa sta dietro all’etichetta”, dicono. Seguiteli, non ve ne pentirete. 
Di Marco Dall’Igna e Matteo Cattelan

Avvicinarsi al vino è una cosa magica, il “bere bene” unisce profumi e gusti ma anche tradizioni famigliari e storie da raccontare, il vino è un mondo molto di moda ma ancora poco conosciuto.

Tra il lago di Garda e il lago D’Iseo abbiamo scoperto meravigliose cantine, ascoltato storie di vino, di annate storte e di botti in rovere.

GIORNO UNO

Svegliati alle 7:00 in una gelida mattina di Dicembre, prima che il caffè abbia fatto effetto, stacchiamo il biglietto dell’autostrada, direzione Montebello.

L’origine vulcanica delle colline di Gambellara insegna al visitatore che in queste zone si nasce contadino, la terra, che sia ad olive, a ciliegie o a vigne è a 360 gradi.

La nostra prima tappa è a Montecchia di Crosara, proprio all’inizio della zona del Soave, è la cantina di Fulvio detto “Beo” che negli anni ’30 fonda con suo fratello Amedeo “Cà Rugate” dal nome del colle che ospita anche oggi i loro vigneti.
Ci accoglie nel Wine shop, Marco Tessari che, dopo averci fatto degustare i prodotti, ci propone un giro “dietro le quinte” che accettiamo di buon grado.
Vini, serbatoi e macchinari per lo stoccaggio e l’imbottigliamento coesistono in un unico gigantesco ambiente (4mila metri di superficie). Cantina meravigliosa, ma a stupirci maggiormente ci pensano le tre maxi bottiglie di Amarone da 27 litri all’una, conservate nel magazzino, ma già vendute.

Veniamo ora agli assaggi.

Cà Rugate deve il successo al Soave Classico e al Recioto di Soave. Ci siamo concentrati unicamente sul Soave e sullo “Studio”, vino di recente produzione, tralasciando i vini rossi e dolci.
Per noi assaggiatori appassionati, il “Monte Alto” è forse il prodotto più interessante, questo vino fermenta in parte in barriques, in parte in botti grandi, dove rimane anche ad affinarsi sui suoi lieviti per 6-8 mesi, questo gli trasmette un buon corpo e profumo di frutta matura e frutta secca.
Nota di merito anche per “Studio”,  un matrimonio tra Trebbiano e Garganega perfettamente riuscito.

Troviamo la prossima tappa sposandoci solamente di pochi chilometri, nella città di Monteforte d’Alpone si trova la cantina Gini.
Gini è forse la massima espressione del Soave Classico, con il suo “Contrada Salvarenza”. Il nome prende origine dalla località Salvarenza cosiddetta in merito alla leggenda secondo la quale la giovane Renza fu tratta in salvo da una banda di briganti grazie ai servigi di un nobile cavaliere.
Il “Contrada Salvarenza” dorme nove mesi in pieces a contatto con propri lieviti naturali ed affina in bottiglia per almeno sei mesi. Il gusto è molto più deciso del soave di Cà Rugate ma nello stesso tempo morbido e dolce.
A dispetto del cliché secondo il quale la vita media di un vino bianco si aggira attorno ai 3 anni, il “Contrada Salvarenza” può, e forse deve rimanere in cantina per almeno 5 anni; non spaventatevi quindi di vedere  bottiglie di questo vino risalenti agli anni ’90.

Lasciamo ora le colline di questo bianco immortale e ci dirigiamo verso la zona del rosso veneto per eccellenza, l’Amarone.

Come ogni regno anche la zona dell’Amarone ha il suo principe, se i re indiscussi sono Dal Forno e Quintarelli, il loro erede designato non può che essere Marco Sartori proprietario della cantina “Roccolo Grassi”, 12 ettari e 30’000 bottiglie di pura perfezione.

Sebbene molto giovane, la fama di Marco lo precede, la definizione di “mito” non è esagerata e lo capiamo fin dal primo incontro.
Marco ci accoglie nella corte della sua cantina e passiamo più di mezz’ora solo per i convenevoli e le prime spiegazioni.
A Marco piace fare le cose fatte bene, senza fretta e con cura, mantiene la tradizione del buon contadino aggiungendole la ricerca e lo studio di un enologo professionista.
La cantina è lo specchio della sua personalità in cui nulla è lasciato al caso. Vi basti pensare che l’umidità è controllata non solo durante il processo di produzione ma anche nello stoccaggio della merce, per evitare che etichette e casse si possano deteriorare.
Dopo un’ora di illuminanti spiegazioni raggiungiamo la sala degustazioni. Davanti ai nostri occhi si materializzano il “Soave la Brola”, il “Valpolicella Superiore” e l’ ”Amarone”.
Parliamo velocemente del Soave: per anni l’obiettivo di Sartori fu quello di riuscire ad eguagliare il “Contrada Salvarenza” di Gini, resosi conto di non avere i terreni adatti cambiò totalmente direzione creando un prodotto diverso ma altrettanto eccezionale.
Il prodotto da Oscar rimane il Valpolicella 2009, da Marco stesso definito “il mio miglior Valpolicella di sempre”. Strepitoso, il colore rubino e carico trasmette tutta la sua complessità.
La necessità di lasciare questo vino in cantina per alcuni anni (almeno 6), si avverte subito, come le sue enormi potenzialità.

Lasciamo a malincuore Marco Sartori per dirigerci verso l’estremo ovest della DOC della Valpolicella, andiamo in visita alla tanto decantata cantina Bertani.

Non ci soffermiamo sulla descrizione dei vini, già noti ai più, per spendere poche parole sul Wine Shop.
Durante la nostra visita, ci accolgono due personaggi supponenti e arroganti, che ci guardano attoniti quando chiediamo di provare i vini. Troviamo inspiegabile come possano essere degustate solo le produzioni base, tra l’altro mal conservate.
Dopo più di mezz’ora e svariate bottiglie acquistate; si sforzano di farci provare, in anteprima, l’Amarone Classico 2005 che verrà commercializzato in febbraio.
Il problema è dato dal fatto che la suddetta bottiglia giace in frigo da svariati giorni con un tappo non consono. Il risultato non può che essere una degustazione poco gratificante e inutile.
Pensiamo che sia un insulto presentare un Amarone in queste condizioni.
In sintesi, Bertani ha dei buoni vini da enoteca, specialmente l’Amarone, ma di certo non vale alcuna visita in cantina.

Salutiamo il Veneto piuttosto indispettiti da quest’ultima visita e ci dirigiamo in Franciacorta.

La prima cantina a cui facciamo visita è “Arici”. Andrea, proprietario della cantina, è un giovane contadino enologo (vi ricorda qualcuno?) che ha sradicato i vigneti di famiglia, volti alla produzione di vino rosso, per piantare pinot nero, in maggioranza e chardonnay.
Unite una piccola cantina, una piccola produzione, dei ragazzi giovani e una grande passione per le bollicine e otterrete un vino di carattere ma soprattutto buono che non teme il confronto con i più grandi.
Niente zuccheri aggiunti per Andrea Arici, tutta la sua produzione è a “Dosaggio Zero”.
La visita in cantina e la degustazione sono semplici ma sensazionali, anche se si ha la percezione di una cantina ancora in cantiere, i vini risultano più vecchi di lei sia in termini di maturità che di eleganza.
Abbiamo avuto la fortuna di provare le annate 2006 e 2004, chicche millesimate non più in commercio, rimanendo piacevolmente sorpresi. I vini di Andrea Arici sono fenomenali, da considerare l’ottimo rapporto qualità/prezzo che fa di questa cantina, una tappa fondamentale in un gita in Franciacorta.

Dopo tutti questi assaggi riposiamo mente e corpo.

GIORNO 2

Da Gussago (BS) ci spostiamo verso ovest in direzione di Erbusco, dove,  a circa mezz’ora di strada troviamo la cantina Uberti.
Eredi di una dinastia di viticoltori in Erbusco sin dal lontano 1793, la famiglia Uberti si è affacciata sulla moderna scena vitivinicola franciacortina intorno al 1980.
L’infinita cantina ci permette di comprendere la vastità e la variegata produzione di quest’azienda.
La visita merita sia per la guida, molto preparata e cordiale, sia per lo spettacolo offerto dal milione di bottiglie stivate tra le volte in muratura. Il labirintico percorso si annoda per oltre 800 metri, alla fine si può osservare il sontuoso impianto di sboccatura e imbottigliamento.
Vini eccezionali (Sublimis su tutti) ed un unico neo: la degustazione.
E’ possibile che in una sala dell’ottocento con arazzi e caminetto chilometrico ci sia un frigo di dimensioni infime con all’interno un solo tipo di vino? Secondo noi no ma evidentemente i proprietari la pensano diversamente.

L’ultima cantina di questo “tour de force” è forse quella che più ci ha sorpreso in positivo.
Consigliataci caldamente da Ivan de Chiara che ancora ringraziamo di cuore, raggiungiamo la cantina “Faccoli”.
La cantina è la dimora di 50.000 bottiglie che sono la produzione di ogni anno; ed è lo spazio in cui il lavoro in vigna incontra l’esperienza per diventare vino, e infine bollicine.

Folgorante (e mai come questa volta l’aggettivo è azzeccato) l’incontro con Claudio che con allegria e una gentilezza d’altri tempi ci mostra l’intera cantina per poi farci provare dall’inizio alla fine tutti i suoi meravigliosi prodotti.

Anche Claudio non ama lo zucchero e quindi i suoi franciacorta non sono indicati per l’aperitivo ma sono piuttosto vini da tutto pasto, tant’è che lui li beve anche con una gustosissima costata.

Assolutamente sublime l’ ”Extra Brut” e fantastico, ma per palati fini, il “Dosaggio zero”, infatti se vi aspettate di bere dei vini facili e beverini avete sbagliato cantina, come del resto lo stesso Claudio non manca di far notare.

“Ci sono 110 cantine in tutta la Franciacorta, se vi interessano vini facili, andate nelle altre 109”, noi da Faccoli ci stiamo benissimo, in un’atmosfera unica che valorizza il lavoro in cantina che dura dal 1964.
Con quest’ultima straordinaria esperienza riprendiamo l’autostrada verso casa con la macchina carica e i palati in estasi.
Di cosa da dire e raccontare ne avremmo ancora a iosa ma ci fermiamo qui.
Avvicinarsi al vino è una cosa magnifica e forse dopo questa visita siamo più vicini a capire che cosa sta dietro all’etichetta.

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