Torino Food Hub: guida alle tendenze della città in tre mosse *G-P

La seconda puntata che Mariachiara dedica alla sua città: Torino Food Hub, questa volta dalla G alla P … (Continua …)
Di Mariachiara Montera

Alla prima puntata, che potete trovare qui se ve la siete persa, ripartiamo da dove avevamo interrotto: avanti con la G!

G come *Gelati e Granite, per il sudista che è in voi
A Torino hanno inventato Grom, che per me è un gelato ottimo. Possiamo ragionare sul fatto che sembra artigianale ma non è, ma per il mio palato rimane il gelato che a Milano mi ha salvato in diverse occasioni. Qui a Torino io vado da Alberto Marchetti: netto, non grasso, pieno, pulito. Un gelato sublime in un locale dove c’è chi conosce il significato dell’espressione “Immagine coordinata”. A due passi dal parco, per smaltirlo se proprio dovete.
La migliore granita della città è quella di Torre, graniteria siciliana che stupisce per i gusti assoluti e la consistenza cremosa delle granite, proprio come quelle siciliane. Manca la briosche col tuppo e potremmo essere a Caltagirone.

H come *Hamburger, perché non di sola carne piemontese vive il torinese
L’hamburger è la nuova moda: dagli chef che hanno lasciato i piccioni in piazza sostituendoli con i più pop hamburger, fino alle mamme che servono hamburger al posto del polpettone, l’hamburger è la novità in salsa gourmet del 2012.
Così, per capire come siamo messi.
A Torino due strade: la prima mette sul podio l’hamburger con la carne più piemontese che c’è, quella di fassone, e si declina in versione Eataly da La Granda in mezzo al pane e in quella antagonista al colosso Mc con M** Bun. Personalmente, non incontrano i miei gusti davvero troppo poco junk food e pane scemo.

Il mio stomaco da teenager brufolosa fa bum bum solo con la Burgheria, che desacralizza la sua localizzazione piemontese con un bel carico di carne dall’Irlanda, alla faccia delle mucche che fanno Neh**. Bun fatti come dio comanda, ripieni come se non ci fosse un domani: la qualità è certificata anche senza ossessioni a chilometri zero.
(Errata corrige: la Burgheria ha ceduto, e ha da qualche tempo sostituito la carne irlandese con quella piemontese. A loro discolpa, scrivono che la carne che impiegano proviene da capi di almeno 36 mesi di età, allevati all’aperto (durante i mesi caldi) ed alimentati esclusivamente con erba. Questa combinazione di fattori permette di ottenere una materia prima estremamente succosa e con un eccellente equilibrio tra massa magra e grassa. Il loro fornitore si chiama Oberto, ed è una delle più rinomate macellerie piemontesi)

I come *Innamorarsi, perché il cibo è più buono se il cuore è felice
Mangiare un piatto di spaghetti al pomodoro sui gradini della stazione con vista piccioni o affacciati dalla Mole Antonelliana con gli occhi puntati su Torino fa una certa differenza: anche senza scomodare la sequenza di Fibonacci, Torino è un sollievo per il cuore che conforta anche la pancia.
In riva al fiume, in piazza Vittorio, a San Salvario come nel Quadrilatero, in piazza della Consolata o nel Parco della Testoriera, a Torino godere di se stessi e della vista attorno è lo standard.
Non si può e non si dovrebbe mangiare mai nell’odio e nella bruttezza. Venite a Torino, a innamorarvi e mangiare bene.

L come *Luppolo, perché la birra qui scorre nelle vene
Da qualche anno la birra è diventata appannaggio di produttori illuminati e appassionati, che diffondono la cultura della birra con lavorazioni artigianali ed etichette pop. In più, sarà anche il punto di vista di una sbevazzona con il neurone da teenager, il mondo della birra sembra abitato da persone cool (ho evitato di dire Fighi spaziali, ndr), con un’aurea rock ‘n’roll.
A Torino diverse birrerie e un indirizzo che unisce il luppolo al food: da Petit Baladin potete bere le ottime Baladin con la piacevolezza dei locali made in Baladin (sedie spaiate, tavoli vintage, divanetti della nonna, pareti colorate). In più, hamburger splendidi in carta e stagionali in menu variabili. Anche le birre sono stagionali, fate voi …

M come *Mercati: c’è vita oltre l’Esselunga
Al mondo ci sono mercati di ogni tipo, ma gli unici che vale la pena frequentare sono quelli dove i prodotti esposti sono locali, stagionali e possibilmente con poche ore di vita (discorso a parte per i mercati con vocazione multietnica, dove sono benvoluti anche gli avocado con 2 settimane e 2000km alle spalle, se sono buoni).
A Torino i mercati sono vitali, frequentatissimi e i contadini non sono braccia rubate al Mercato Ortofrutticolo della periferia ma contadini veri, made in Piemonte.
Del mercato di Porta Palazzo vi ha già parlato Giulia, e vi rimando al suo post.
Se non trovate i contadini, cercate il marchio T18, che a Torino è sinonimo di qualità e autenticità del prodotto, specie se da salvaguardare come la Susina Ramassin, my violet fruit personal obsession.

N come *Nocciole, quelle vere usate per la crema spalmabile vera
Sia messo agli atti che a me la Nutella piace, ma non c’è fattore di lascivia che tenga di fronte alla vera crema alle nocciole. Faccio una premessa che tranquillizzerà tutti: no, la vera crema alle nocciole non sembra più light, non è meno golosa, è solo più buona e contiene ingredienti più validi.
Due nomi uber alles: Guido Castagna e la sua crema di nocciole +55, Guido Gobino e la sua crema di gianduja. Più delicata la prima, più cioccolosa la seconda, sono entrambe mondi diversi che parlano la lingua cristallina delle nocciole langarole. Da mangiare a giorni alterni.

O come *Osterie, o Piole
In Piemonte le osterie hanno un nome a sé, e tutti le conoscono come piole (ok, anche in altre parti d’Italia ma qui siamo meglio): la qualità e quantità delle piole presenti è imbarazzante, al punto che la guida gastronomica più famosa di Torino e dintorni fa fifty fifty con i ristoranti cittadini.
Due segnalazioni, sapendo che faccio torto a molte altre: la prima, Antiche Sere, dove è difficilissimo prenotare perché sempre pieno. Gusto più invernale che estivo, accoglienza che trasuda cuore, cibo tradizionale e semplice.
A Le Ramine si osa un po’ di più accostando la tartare a robiola e sedano rapa e giocando con presentazioni meno alla buona: il motore della cucina rimane però la passione nel proporre una cucina casalinga pensata ed eseguita filologicamente.
Alle Antiche Sere la Creme Caramel diventa Creme Caramelle, ed è subito Cenerentola 🙂

P come *Pane, ovvero il gusto di mangiare carboidrati
Sono nata a Salerno, e ho vissuto 12 anni tra Bologna e Milano. Per 12 anni non ho quindi praticamente mangiato pane, non trovando mai nulla all’altezza. Da quando vivo a Torino, ho acquisito l’abitudine parigina di acquistare il pane (non solo baguette) e di mangiarlo a morsi per strada. Due gli indirizzi dove sorprendersi per fragranza e alveolatura: il primo è Andrea Perino, panetteria chiccosina in centro che sforna la focaccia più ghiotta di Torino e degli imperdibili grissini stirati.
L’altra è Eataly, che parte dalle farine del Mulino Marino per sfornare un pane che si fa fatica a far arrivare a casa: rustico, profumatissimo, dura a lungo. La morte sua è col burro e acciughe, Eataly insegna.

Ci vediamo la prossima settimana per la terza e ultima puntata!

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