Un settembre da Vitelloni, tra Amarcord e passatelli in brodo

In riva al mare, pigro come la Rimini dei film di Fellini, tra Amarcord e passatelli in brodo.
Filippo Lagrasta

Settembre ha un passo sospeso, esitante, come un fantasma che tenti di non farsi scorgere, di non farsi scoprire. Non ancora pronto all’autunno, allunga pigramente le ombre delle cose e satura i colori di una luce di miele, abituando di nuovo l’anima alla sua forma consueta, ad un battito più quieto, dopo le corse a perdifiato dell’estate.

Eppure, scivola lesto tra le stanze nuovamente abitate, chiudendo le finestre spalancate di agosto e allineando sul calendario gli impegni e le scadenze di sempre. Riaprono le scuole, le spiagge si vuotano e l’avvicendarsi dei giorni comincia sveltamente a scandire le vecchie abitudini.

E d’improvviso, la vita prende a somigliare ad una lunga domenica mattina, luminosa e indolente, distrattamente annoiata. Ad una di quelle piccole città di provincia bagnate dal mare che, alla chiusura degli stabilimenti, quando la chiassosa folla estiva batte in ritirata, sprofondano in un silenzioso, disordinato abbandono di lettini rovesciati, insegne rabbuiate e ombrelloni affastellati a terra.

Settembre somiglia a Rimini. Alla Rimini spoglia e pigra del primo autunno, delle imposte richiuse, che stilla una malinconia docile, come alla fine di un amore. La stessa Rimini che fa da sfondo alle disillusioni de I Vitelloni di Federico Fellini, il capolavoro che nel 1953, dopo aver ricevuto il Leone d’argento alla Mostra del cinema di Venezia, rivelò al mondo il visionario talento del regista riminese.

Prima della presentazione ufficiale alla Mostra, si tenne una proiezione a Mestre per un ristretto pubblico di operai delle officine navali: dopo l’insuccesso del precedente lavoro di Fellini, Lo sceicco bianco, i produttori, preoccupati di scongiurare un nuovo fiasco, avevano preteso che per l’occasione i nomi del regista e dell’attore principale, Alberto Sordi, fossero cancellati dalla locandina del film e tagliati dai titoli di testa.

I due attesero il termine della proiezione fuori dal cinema, seduti su un marciapiede, fumando una sigaretta dietro l’altra per cercare di alleggerire la tensione: entrambi temevano la reazione di quel pubblico di lavoratori davanti alla celeberrima scena del film in cui Sordi spernacchia platealmente un gruppo di cantonieri al lavoro. Fu un successo straordinario, il primo di molti.

Fellini tornò spesso a raccontare Rimini, con nostalgia e una velata amarezza, trasfigurandola nei ricordi della propria infanzia e mescolando fiaba, bugia e memoria, secondo uno stile personalissimo che ha la sua pietra angolare in Amarcord. Tra gli episodi del film, Fellini rievoca l’antica festa popolare della sfujareja, quando, proprio sul finire dell’estate, una volta terminata la raccolta del granoturco, i contadini procedevano alla spannocchiatura e alla gramolatura. Una festa attesa tutto l’anno dai giovani delle campagne romagnole perché rappresentava una delle rare occasioni in cui ragazzi e ragazze potevano liberarsi dalle strette regole di un’educazione che li voleva sempre divisi e mescolarsi in balli che duravano fino al mattino.

La sfujareja segnava la fine della bella stagione e l’arrivo dell’autunno. Così, per stemperare il freddo delle ultime serate di settembre, quando dalla terra sbuffa l’umidità del giorno e un piccolo brivido risale la schiena, non c’è nulla di meglio e di più romagnolo di un piatto di passatelli.

Ovviamente, per prepararli occorre avere il ferro, lo strano setaccio da cui nascono questi golosissimi vermicelli. L’impasto è molto semplice: un uovo per ogni 90 grammi di impasto di pan grattato e di parmigiano reggiano grattugiato (all’incirca nella stessa quantità), una bella spolverata di noce moscata, sale e pepe a piacere. Si passa l’impasto al ferro e poi si lasciano riposare i passatelli per un paio d’ore. Dopodiché, si porta a bollore del brodo – il migliore è quello di cappone – vi si immergono i passatelli e appena riaffiorano sono cotti.

Fossi in voi, una volta in tavola, non farei mancare del Lambrusco, non troppo frizzante però. Anzi, imitando un vero principe della cucina italiana, un altro celebre romagnolo, Pellegrino Artusi, ne verserei un bicchiere nel brodo caldo. “Signor principe, gradisca”.

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